Fabio Curto: viaggi, busking e The Voice… ecco come sono arrivato a Musicultura
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Fabio Curto: viaggi, busking e The Voice… ecco come sono arrivato a Musicultura

interviste

Dopo aver collezionato esperienze musicali in strada, in televisione e anche all’estero, Fabio Curto è pronto a una nuova avventura. Con il brano Domenica, il cantautore è infatti tra i finalisti di Musicultura 2020; ci ha spiegato così l’esegesi della canzone (contenuta nell’ultimo album Rive, Vol. 1 del 2018) e ci ha svelato altri interessanti aneddoti e curiosità tra cui un piccolo spoiler sul suo prossimo singolo. Ecco cosa ci ha raccontato!

Partiamo dall’inizio: sappiamo che hai studiato criminologia… come mai hai intrapreso un percorso di studi che sembra così lontano dalla sfera musicale? Oppure hai ritrovato qualche legame tra le due discipline?

Sì, è vero, ho studiato criminologia. In realtà ho studiato scienze politiche con indirizzo criminologico verso l’ultimo anno. Non credo sia lontano da quello che faccio perché per fare musica osservo e guardo le persone e cerco di immedesimarmi nei loro atteggiamenti, nelle loro espressioni e di capire un po’ che passato c’è dietro le loro spalle. Nella criminologia e nella criminalistica lo si fa con uno scopo preciso che è quello di indagare su un crimine; nel caso della musica lo si fa per indagare su uno storico che diventi un pezzo di strada che si percorre attraverso la canzone che sarà.

Quanto e cosa c’è della tua terra e delle tue origini nella tua musica?

Beh, tantissimo… perché ho iniziato a suonare da bambino quindi vivevo ancora nel mio paese d’origine (Acri, in provincia di Cosenza), un posto dove la vicinanza del mare, delle montagne rispettivamente a circa 20 minuti d’auto da casa mia, equidistanti, ha fatto sì che questa vastità di paesaggio influenzasse molto la mia immaginazione e quindi la mia musica. È chiaro che insieme a quei paesaggi porto tutti i miei viaggi in giro per l’Europa e oltreoceano; l’origine però è sempre Acri, è l’altopiano della Sila, per cui direi che c’è tanto della mia terra nelle mie canzoni e il prossimo singolo che uscirà parlerà proprio di questo.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a essere tra i finalisti di Musicultura 2020? Com’è nato e di cosa parla il brano che hai proposto per la competizione?

È nato da una rimembranza della domenica vissuta da studente e da non studente cioè avevo appena finito l’Università e c’erano queste domeniche fatte sostanzialmente di confusione dovuta al sabato precedente – sabato nel quale suonavamo, giravamo per le strade di Bologna e conoscevamo gente da tutto il mondo -. Nella domenica c’è sempre una leggera malinconia che mi riportava a vecchi ricordi, vecchie storie e, perché no, anche a delle bellissime sensazioni che provavo da bambino e che quindi vivevo con una certa nostalgia; ma anche in quel caso ho trovato nell’osservazione delle persone, dei bambini che escono con i genitori, degli anziani… tutta questa ricchezza di informazioni che io da spettatore ho cercato di far diventare una canzone.

Nel 2015 sei arrivato primo a The Voice Of Italy, com’è stato partecipare a un talent (e vincerlo)?

Un’esperienza molto forte sotto tutti i punti di vista, soprattutto quello psicologico. Ritrovarsi dal nulla in prima serata Rai con un minuto e 20 per far capire chi sei è una sfida molto molto forte: mi ha insegnato a gestire le tensioni nell’ambito della performance musicale, mi ha lasciato tanti ricordi bellissimi, tanti anche meno belli, però sicuramente è stata una grande scuola.

Di Sanremo invece cosa pensi?

Sanremo è uno dei luoghi dove la canzone italiana cerca di essere valorizzata soprattutto attraverso un canale che musicalmente presenta l’Italia parlando al mondo. È un grande palcoscenico. Mi piacerebbe parteciparvi un giorno a patto di farlo con un brano che sento veramente e di cui sono convinto, che mi faccia proprio piacere cantare cioè, insomma, ammesso che abbia qualcosa da dire. Poi sicuramente ci sono state tante polemiche su Sanremo negli ultimi anni, anzi, non credo solo negli ultimi anni, da sempre, come succede in tutti i concorsi musicali che io non amo particolarmente.

Sei stato anche un artista di strada, cosa ti ha lasciato quest’esperienza? Ti piacerebbe esibirti ancora così?

Sì, ho fatto molto in strada: ho lavorato tanto come artista di strada e mi ha fatto le ossa, mi ha insegnato come vivere DI musica e come vivere LA musica. Lì se ti diverti tu la gente lo percepisce ed è attratta come magneticamente dal tuo sentimento: non ha pagato per venire a uno spettacolo quindi l’approccio è completamente diverso e veramente molto più orientato all’onestà e alla performance artistica. Se tornerei a farlo? Beh, l’ho già fatto. Nei momenti in cui mi sentivo un po’ giù di morale e avevo bisogno di una ricarica, tornavo con il mio amplificatore a fare un’oretta di performance e ritornavo molto molto più carico di prima, con le pile ricaricate.

I tuoi tour successivi invece ti hanno portato a suonare anche fuori dall’Italia, com’è stato confrontarsi con il pubblico estero?

Confrontarsi col pubblico estero è stato interessante perché prima lo facevamo con un progetto molto basato sulla musica (io suonavo il violino) e quindi era un linguaggio universale molto più comprensibile e accessibile a ogni cultura e a ogni idioma. Da solista, invece, è chiaro che vai a presentare proprio la tua mente a nudo e non sei neanche sicuro che la gente ti capirà quindi è un’esperienza sicuramente particolare a patto che non conosca già i tuoi brani a memoria, cosa veramente molto difficile. Mi ha fatto piacere notare come l’aspetto più rock del mio repertorio sia stato molto apprezzato in Australia e in Russia per esempio (mentre la parte più intima, più folk, piace di più in Italia). Gli stessi brani che qui magari non attecchivano tanto invece sia in Russia che in Australia avevano un certo ascendente, creavano una situazione di energia molto interessante.

Se dovessi descrivere la canzone Domenica con una sola parola, quale sceglieresti? E perché?

Sceglierei forse la parola vera perché è una canzone che ho scritto senza stare attento a fare la giusta metafora, a scegliere il termine migliore, ma stando attento solo che fosse sincera, quindi non ci ho pensato tanto. Il testo era nato originariamente in inglese, quando l’ho scritto in italiano l’ho fatto in un paio d’ore e nella sua semplicità sento ancora adesso, dopo averla cantata mille volte, il piacere di suonarla e di cantarla ogni volta: questo fa capire che la verità di cui parlo è una verità di cui ho bisogno in primis io come artista.

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