La Rappresentante Di Lista e la capacità di guardare il mondo con stupore e meraviglia
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La Rappresentante Di Lista e la capacità di guardare il mondo con stupore e meraviglia

interviste

La Rappresentante di Lista è il progetto musicale nato dall’incontro tra Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi che ad oggi è diventato una band di sei elementi. Abbiamo scambiato due parole con Veronica che ci ha raccontato qualcosa sul loro ultimo album, sul tour che hanno in cantiere e su quello che è per lei la band cioè un modo per guardare le cose con gli occhi spalancati e la bocca aperta.

Partiamo con la prima domanda: da cosa nasce l’idea del vostro nome d’arte? Come mai avete deciso di chiamarvi così?

Ci chiamiamo così perché nel 2011 c’è stato un referendum quando io ero a Palermo. Essendo Toscana, per votare fuori sede mi sono iscritta a una lista civica e in quell’occasione mi hanno fatto fare la rappresentante di lista. In quello stesso periodo stavamo scrivendo con Dario le prime canzoni che poi sono entrate a far parte del primo disco (Per) la via di casa e la rappresentate di lista stava perfettamente all’interno di una frase che era poi il ritornello, faceva rima con protagonista e quindi è rimasta sia come ritornello e titolo del brano che come nome del gruppo. Inizialmente non sapevamo cosa significasse per noi e poi, a poco a poco, gli abbiamo trovato un senso.

Il vostro ultimo progetto si chiama Go Go Diva in omaggio a Lady Godiva, come mai la decisione di onorare proprio questo personaggio storico?

Tutto è nato quando stavamo cercando il titolo dell’album, ci stavamo scambiando una serie di messaggi (io ero in Toscana, Dario era in Sicilia) e cercavamo di trovare un titolo che continuasse un po’ la strada del nostro disco precedente [Bu Bu Sad], qualcosa che avesse un’assonanza. A un certo punto ci siamo detti che ci serviva qualcosa che fosse una sorta di slogan, qualcuno che incitasse qualcun altro; avevamo bisogno di qualcosa di forte, di una ripetizione. Sono nate varie ipotesi tra cui Vai Diva Vai fino a che a me è venuta in mente Lady Godiva, questo personaggio che mi risuonava in testa e che è riuscito a legare tutta una serie di tematiche che venivano fuori dalle canzoni: la necessità di essere corpo, di prendere delle scelte, di manifestare con tutto te stesso un’idea. Quindi questo personaggio è diventato il filo conduttore, è stata una chiave per leggere tutto quanto.

Nell’album emerge un sound e uno stile completamente diverso rispetto ai lavori musicali precedenti, a cosa è dovuto?

Stando dentro al progetto – proprio perché segui passo dopo passo le tue evoluzioni, i tuoi cambiamenti e le trasformazioni che porti tu stesso all’interno del lavoro – non ti rendi effettivamente conto di quanto poi si distacchi da quello che hai fatto precedentemente. Noi l’abbiamo vissuto come una sorta di percorso senza pause, senza salti né troppi sconvolgimenti. Per chi ti guarda da fuori ovviamente le differenze si notano di più; è come quando torni dopo tanto tempo da un parente che non ti vede per un po’ e nota i cambiamenti. Noi abbiamo rispettato le necessità dei brani e quella che era la nostra ricerca in quel momento, quello che ci andava di sperimentare: ci siamo sempre lasciati molto liberi di osare, di pescare tra vari stili, senza porci mai un limite, senza mai mettere una barriera alla fantasia.

A più di un anno dall’uscita del disco e dopo un lungo tour di promozione che vi ha tenuti impegnati nel 2019, che bilanci potete fare dell’era Go Go Diva? Che cosa vi ha donato in più rispetto ai progetti passati?

Sicuramente Go Go Diva è un disco in cui siamo riusciti a centrare la narrazione nella scrittura e nell’aspetto musicale. Abbiamo avuto un grande riscontro positivo da parte del pubblico e da parte della critica. Uno degli aspetti che ci è servito di più sicuramente riguarda il nostro team, che è riuscito insieme a noi a curare ogni aspetto (i video, il tipo di comunicazione che abbiamo fatto, le fotografie, il lavoro che è stato fatto dall’ufficio stampa, dall’etichetta, dall’agenzia di booking). Tutto ciò ha reso possibile quando scriviamo il disco – ha fatto sì che il grido lanciato da quest’album risuonasse di più. È come quando si grida in coro con tante voci all’unisono forti di quel sentimento, di quell’energia e di quelle intenzioni. Probabilmente è stato questo tipo di approccio che ha fatto in modo che questo disco risuonasse ancora di più rispetto agli altri.

Circa un mese fa siete stati ospiti alla serata sanremese dei duetti interpretando con Rancore Luce di Elisa, com’è andata? E cosa pensate del Festival, avete mai pensato di parteciparvi come concorrenti?

Bene, benissimo. Per essere la prima volta che calcavamo quel palcoscenico mi sono sentita bene. Ho incontrato Rancore: ho trovato il suo modo di vivere il palco molto simile al nostro, la necessità di trovare una teatralità che possa affiancare la musica per amplificare ancora di più il senso di quello che si dice. Ci siamo divertiti moltissimo e siamo stati anche molto coccolati: tutte le figure che stanno intorno al palcoscenico e che poi non si vedono si sono presi cura di noi, ci hanno fatto sentire a nostro agio e ci hanno dato una grande forza per poi salire e prenderci quel momento. Ci è capitato di pensare di partecipare a Sanremo ma non so bene se lo farei ad oggi. Tutto dipende dalle canzoni che scriveremo, da quello che ci andrà di dire, di fare. In questo momento siamo veramente dentro a brani nuovi che stiamo scrivendo, seguiamo questo progetto un passo alla volta per vedere dove ci condurrà. Non so se ci porterà ancora su quel palco ma, se così dovesse essere, lo faremo ancora con gioia.

Siete anche attori di teatro, avete mai pensato di intraprendere un tour teatrale come quello che avete fatto con lo spettacolo su Jodorowsky (live a Milano e Bologna lo scorso anno)?

Noi abbiamo fatto in passato moltissimi tour teatrali con altri spettacoli scritti da altri registi o da altre compagnie. Quello delle residenze artistiche, della creazione degli spettacoli è un momento importante, a volte anche più bello dello spettacolo stesso. C’era un nostro regista che ci diceva sempre che lo spettacolo può essere un incidente di percorso e non va considerato come l’apice di questo momento di creazione. Quindi sì, potremmo pensare a un progetto che ci veda protagonisti di uno spettacolo teatrale o registi, non lo escluderei. La Rappresentante di Lista di buono ha per noi che è un cantiere dove possono entrare varie forme d’arte e vivere serenamente con tutto il resto.

Recentemente ti abbiamo vista interpretare Maria nella serie di Rai 2 Il Cacciatore, cosa puoi raccontarci dell’avventura televisiva?

Cosa posso dirvi? È tutta un’altra cosa rispetto al teatro. In teatro sei tu autore del tuo personaggio nella sua totalità – trovi i costumi di scena, l’atteggiamento, i modi di respirare. Per il cinema o comunque per questa serie tv è stato molto diverso e allo stesso tempo divertente. È come se mi avessero dato dei connotati, degli abiti nuovi da indossare e da interpretare: una volta che hai dei capelli, un atteggiamento suggerito dalla sceneggiatura, un modo di rivolgerti verso gli altri personaggi che lavorano con te, questi costumi che possono starti stretti o possono starti larghi, ti suggeriscono già un modo di muoverti, di camminare e di parlare che ti viene donato. È un altro tipo di lavoro da quello che mi è sempre capitato di fare in teatro. Per me quindi è stata una prova molto entusiasmante. Poi è stato bellissimo: ho incontrato dei colleghi stupendi che sono stati davvero attenti a farmi entrare in questo mondo, il regista è stato una grande guida per me. È stata un’esperienza che mi ha segnato molto.

Infine, se doveste riassumere il vostro progetto musicale con una sola parola quale scegliereste?

Penso che lo definirei Meraviglia. Perché per me La Rappresentante di Lista è stata e continua a essere una luce, un modo per guardare le cose con gli occhi spalancati e la bocca aperta, un modo per guardare ai dettagli della nostra vita. Mi permette di essere curiosa, affascinata dal mondo, dalle relazioni, dai sentimenti, dall’angoscia, dal dolore. Quindi è sempre, sia positivamente che negativamente, una meraviglia, uno stupore.

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