Giorgieness, l’incoscienza di saper fare musica senza compromessi
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Giorgieness, l’incoscienza di saper fare musica senza compromessi

interviste

Abbiamo incontrato Giorgieness in occasione del Secret Concert organizzato da Fo.De.Ca a Salò (BS).

Durante una lunga chiacchierata ci ha raccontato la sua vita e le sue emozioni celate nelle canzoni e dei progetti passati e futuri.

Partiamo con la prima domanda: se ti chiedessi tre colori per descrivere la tua musica quali sceglieresti?

Tiffany, Rosa Flamingo e Giallo Ocra

Tu vieni da un piccolo paesino della Valtellina, quanto è stato difficile intraprendere la scelta di fare la cantautrice in una realtà di montagna così piccola?

È stata una buona scuola. Quando penso a un futuro e a dei possibili figli, spero di poterli far crescere in provincia perché ti dà degli strumenti che la città non ti dà: il doverti creare qualunque cosa tu voglia, non c’è niente e quindi la devi creare. Ciò è sembrato castrante per parte della mia vita.
Non è mai stato un problema a livello musicale perché a 18 anni mi sono trasferita a Milano quindi i contatti ho cominciato a farmeli lì ma la Valtellina è stata un buon punto di inizio: l’organizzatore dei più grandi festival che ci sono lì (Rock&Rodes e MorboRock) mi ha notata mentre suonavo in un locale e mi ha aiutata a fare tutti i primi step, presentandomi delle persone come i Tre Allegri, aiutandomi a trovare le prime date, mi ha fatto fare il primo EP. Mi sento una miracolata perché non ho mai pagato per fare un disco, c’è sempre stato qualcuno che ha creduto in me. Ad oggi penso che la Valtellina mi abbia dato soltanto strumenti senza mai togliermi niente, anzi, mi ha dato qualcosa in più.

Recentemente ti sei trasferita a Torino. A cosa è dovuta la decisione di andare a vivere proprio in questa città?

Sono abbastanza propensa a prendere e spostarmi, è una cosa molto tipica della mia famiglia dalla parte di mia madre, forse era nel mio DNA. Detto questo, dopo otto anni ero molto stanca di Milano: tutti i miei amici veri se ne erano andati e, nonostante abbia degli amici nell’ambiente musicale, ho sempre tenuto di più a quelli storici – c’è stato un periodo in cui li ho visti meno ma nell’ultimo anno e mezzo circa ho riscoperto la gioia e la bellezza delle persone che ti conoscono da prima che qualunque cosa succedesse e sono le uniche da cui puoi tornare. Quindi, dopo un anno a Cantù sia per motivi contingenti, ma anche perché quel tipo di provincia – dove non ti puoi muovere senza una macchina – non fa proprio per me, ho incontrato un’altra persona che viveva già a Torino e quando si è parlato di vivere insieme mi ha detto di scegliere una città.

Torino è stata una bellissima scoperta: non è stato un luogo che mi è capitato, è stato quello che ho scelto. Sono felice della decisione perché è un po’ più piccola e anche un po’ più fredda di Milano che sembra molto più accogliente ma appena ci entri, entri nel giro del tuo lavoro ed è molto di facciata. Torino è molto più “mi stai simpatico bene, non mi stai simpatico te lo faccio capire” e io sono così: non riesco a fare la doppia faccia con le persone quindi mi ci sono trovata molto bene. Inoltre vivo in centro rispetto a Milano, esco di casa e sono in centro. Adesso preferisco fare tutti i giorni Milano-Torino e viceversa che vivere a Milano.

Sempre per quanto riguarda Torino, hai partecipato qualche settimana fa al Reset Festival insieme ad altri autori come Marco Guazzone e Alessandra Flora. Cosa puoi dirci di questa esperienza? Quanto è stato utile confrontarsi con modi di scrittura diversi?

È una cosa che in realtà faccio già da un po’: un anno fa Sony ATV mi ha dato la possibilità di intraprendere questo percorso di autrice. In generale scrivere con gli altri mi ha cambiato completamente e sono arrivata a farlo come voglio quindi, anche a livello di indipendenza, adesso riesco a correggermi da sola o riesco a chiedere aiuto quando ne ho bisogno. So che c’è un mondo di persone che, solo a parlare di una canzone, potrebbero cambiarti la visione di quello che stai scrivendo; prima non riuscivo perché ero molto gelosa di quello che scrivevo.
Il Reset è molto bello perché Annarita Masullo – la persona incredibile che gestisce insieme ad altre Off Topic (la “casa” che ci ha ospitato) – ci ha dato la possibilità di organizzare questa specie di camp, una cosa che di solito fanno gli editori. Quindi gli editori chiamano i propri autori, li portano in un posto e gli fanno fare la cosa. Noi lo abbiamo fatto libero, quindi eravamo autori liberi come posso essere io, autori di Sony, Sugar e altre realtà più piccole, scelti in base al mood della persona: volevamo gente collaborativa. Ho anche preso parte a questa scelta e alla nascita di questa nuova parte di Reset che prima non c’era.

Questo festival credo sia molto positivo per i ragazzi e, in generale, per chi vuole fare musica perché ti permette di confrontarti con delle persone. Quelle che proprio mi hanno segnata sono Alessandra Flora e Dipa (un produttore): il loro modo di lavorare ha fatto scoprire anche a me cose che non credevo di saper fare. Il valore del lavorare con gli altri, secondo me, è inestimabile: la fortuna di vedere come le altre persone lavorano, non necessariamente impari qualcosa che poi metterai in atto, però semplicemente hai un’altra visione, sai che c’è chi – anche solo per scegliere l’intonazione di una parola – le provano tutte. Alessandra Flora, per esempio, mi ha insegnato questo: il “ok abbiamo trovato una cosa figa, proviamo a trovarne una ancora più figa, al massimo torniamo indietro” ed è bello. Inoltre lo è anche confrontarsi con artisti come Zibba oppure anche con gli Eugenio In Via Di Gioia (che in realtà non conoscevo molto ed era una cosa abbastanza reciproca nonostante ci si conoscesse di nome – mi è capitato di scrivere con Eugenio e anche con Lorenzo ed è stato molto molto divertente, perché abbiamo fatto delle cose molto strane e io spero che trovino una via -). Consiglio a tutti gli autori – anche se poi non vogliono scrivere in coscrittura perché ci sta, anche io con le mie canzoni faccio un po’ fatica -, di provarci perché è una cosa che ti apre la testa.

Per quanto riguarda la tua musica.. circa un mese fa è stato il compleanno di Non Ballerò. Quanto è diversa la Giorgia di adesso rispetto a quella che ha scritto quella canzone?

È una domanda difficile perché mi hai preso proprio un pezzo che non è molto distante dalla persona che sono adesso. È uno dei brani più riflessivi che abbia mai scritto, non è arrabbiato e – anche quando urla – in realtà è solo uno sfogo. Ora invece c’è tanta riflessione, non sono più arrabbiata, ma in generale non sono più arrabbiata nella vita, ho sfogato in tutti i modi possibili quella rabbia.
È perciò tanto diversa da quella che ha scritto il primo disco, nonostante rimanga una costante che è il voler raccontare qualcosa di vero e credo che sarà il collante di tutti i miei lavori futuri: non voglio rimanere fossilizzata a quella che faceva Sai parlare o K2 che sono pezzi che adoro – soprattutto Sai parlare perché è il primo che ho scritto come Giorgieness – però non mi rappresentano più di tanto. O meglio, ora che li sto suonando in acustico ho ritrovato un senso perché riesco a dargli un’altra intensità, però se ad oggi dovessi rifare quei dischi li rifarei uguali, però non li saprei fare. Sono felice soprattutto del primo disco. Il secondo è stato fatto un po’ di fretta (non mi vergogno a dire che non è quello che volevo) e ha delle canzoni a cui tengo moltissimo però succede. Il secondo disco è molto difficile, al terzo ci arrivi un po’ più ferrata.

Ascoltando le tue canzoni emerge una grande crescita sia artistica che personale nel susseguirsi dei tuoi album. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo disco? Sarà sempre autobiografico o dobbiamo aspettarci nuove melodie?

Nuove melodie sì, sarà sempre molto autobiografico perché mi sentirei falsa nel raccontare ciò che non provo o che non ho vissuto. È però proprio diverso l’approccio con cui ho scritto questo disco, è il primo che scrivo con la testa che comunica con la pancia, invece prima c’era solo pancia ed ero anche molto gelosa delle cose che scrivevo in prima battuta, non volevo mai andare a correggere. Questi pezzi, complice il fatto che ci hanno messo più tempo per arrivare, sono più ragionati: ci sono state diverse versioni dello stesso brano, cosa che mi è capitata raramente.
Cito quello che mi ha detto una mia carissima amica – che era con me quando ho iniziato a scrivere i primi pezzi di Giorgieness – nell’aula studio dell’Università: “Sono molto felice di non aver trovato rabbia, di non aver trovato rancore, di non aver trovato astio: tutti quei sentimenti che prima esprimevi ma che facevano anche parte di come tu stavi in quel momento”. Ho trovato un dolore diverso, costruttivo o accettato, perché ho sempre combattuto col fatto di sentirmi in un certo modo.

Poi ho dovuto fare tanti percorsi perché non ho mai voluto perdere l’opportunità di fare il mio lavoro e se ti lasci completamente andare e non ci credi tu e non lavori tu, non lo farà mai nessuno. Puoi essere chiunque ma non funziona così, non sei tu. Anzi, è un progetto consapevole del fatto che l’ho scritto, l’ho arrangiato, amato e odiato e mi rappresenta al 100%. Credo di essere finalmente tutta dentro un disco e di averci messo tutto quello che ci potevo mettere perché nessuno poteva fare in modo che non lo facessi. Quindi chiunque, quando arriverà a produrlo, potrà solo modellarlo meglio, sistemarlo, ma non cambierà il fatto che quel vaso è quella roba lì.
Prima scrivevo le canzoni e demandavo l’arrangiamento perché non mi sentivo all’altezza: ho trovato delle persone che hanno fatto un lavoro onesto, ottimo sui pezzi, però non c’ero io. Ora invece i produttori con i quali ho già iniziato a lavorare sono sempre partiti dal buono che avevo fatto dei miei provini a casa e sono andati avanti. Anche perché non mi definirei molto ambiziosa ma ho delle ambizioni forti: la mia prossima ambizione è diventare qualcuno che può produrre l’album di qualcun altro, da qui a 10 anni, è un percorso lungo, non ci si improvvisa né cantautori, né produttori, per cui ad oggi non lo potrei fare però so che già oggi potrei dare una mano a delle altre persone. Questo parte da me perché per fortuna è come con le foto: se hai solo te come soggetto impari a fare le foto su di te, poi magari le fai a qualcun altro e viene bene, stessa cosa sto cercando di fare io. È un disco in cui credo tantissimo già ora che non c’è.

Quando potremo ascoltare questo nuovo progetto musicale? Hai intenzione di fare un tour da sola o con la band?

Ora non è definito niente. Entro la fine dell’anno prossimo mi auguro di far uscire tutto il disco o comunque buona parte perché ho un po’ di idee pazze e vedremo se riusciranno o meno. Devo capire con chi fare questo progetto. Mi piacerebbe dare vita a un’altra parte da sola prima dell’album però non è musica che posso suonare da sola – ma poi neanche mi diverto, dopo un po’ che suono da sola posso fare il 10% di quello che potrei fare -.
Ho fatto una data elettrica quest’anno e mi veniva da piangere da quanto mi mancava stare sul palco. Però è stato bello e ho capito quanto mi manca poter cantare e basta perché poi, per quanto a casa mi piaccia suonare tutti gli strumenti, ho bisogno di essere libera sul palco, senza avere costantemente la chitarra stando in piedi per cui Giorgieness non sarà mai un progetto acustico.

Riguardo alla dimensione del live ricordo che la prima volta che ti ho sentita dal vivo sono rimasta molto colpita dalla tua capacità interpretativa, da come riuscissi a far emergere i sentimenti celati all’interno delle tue canzoni. I tuoi brani hanno una sorta di ruolo catartico per te nel momento in cui li canti o li scrivi?

Sì, è stato raro negli anni che mi coinvolgessero così tanto. Ho scritto anche dei pezzi che non so se finiranno nel disco, sui miei genitori; il problema è che poi io piango mentre li canto, forse vuol dire che non sono ancora pronta per parlare di questo argomento che paradossalmente per me è molto più complesso che parlare d’amore.
Se dovessi parlare del vero, i pezzi in cui mi sono esposta di più sono Che strano rumore, Mya, Fotocamera, Vecchi, che non necessariamente parlano d’amore. Stavolta, nonostante ci abbia pensato di più, mi sono scavata dentro e ho cercato di essere davvero il più sincera possibile con me stessa.

Ci sarà, credo, una prima parte del disco per come la immagino cioè un po’ più cupa e una seconda parte in qualche modo di rinascita, che è un po’ quello che mi è capitato nell’ultimo anno e mezzo. Ad un certo punto della mia vita ho perso tutto, dalla casa ai collaboratori, e non è stato negativo perché poi sono successe tante cose belle in successione. Il fatto di essermi davvero sudata il poter arrivare a fare un altro disco mi ha dato una responsabilità enorme su tutto quello che faccio e mi ha fatto capire cosa stavo sbagliando prima: mi stavo allontanando dalla mia musica, non per qualcos’altro, proprio perché in qualche modo non trovavo più spazio nelle cose che stavo facendo, mi sentivo quasi di seguire un flusso scelto da altre persone per me.
Ritrovami nelle canzoni, avere voglia di ascoltarle e commuovermi mentre le ascolto è una cosa che mi mancava da molti anni. Poi faccio un po’ la prova del nove: la sera dopo cena, quando ho staccato la testa, riascolto i brani e, se mi emoziono, di solito significa che mi piacciono. Mi sono trovata a commuovermi tante volte e questo mi dà la sensazione che possano piacere. Se non saranno apprezzati vuol dire che non sono riuscita ad arrivare però ero io.

Non bisogna arrivare a tutti alla fine, basta essere se stessi

Esatto, però anche provare ad aprire una porticina sul tuo mondo in modo un po’ più accessibile è parte del lavoro del musicista. Mi sono resa conto che effettivamente era complesso entrare in quello che stavo cantando. Io so che canto per i disagiati fondamentalmente, e mi sta benissimo, il mio sogno sono le sedicenni che si scrivono le mie frasi sugli zaini. Comunque mi piace parlare, ho capito che parlo ad un certo tipo di persona, però so che ce ne sono tante di queste persone e mi piacerebbe poter arrivare a tutti.

All’ultimo tuo concerto sono rimasta molto colpita da una delle tue nuove canzoni, Giovani. Puoi raccontarci meglio questo brano?

Giovani è un pezzo a cui tengo molto, non lo ascolto da un po’. È nato per paura. Per la prima volta nella mia vita mi sono ritrovata a conoscere una persona – perché quando l’ho scritta in realtà la conoscevo da pochissimo tempo – che vedeva le relazioni come me, che condivideva il mio stesso concetto cioè le cose sono due: con una persona o vuoi starci o no. Per come sono fatta lo capisco subito perché innamorarsi è facile, amarsi è difficile. Perché amarsi è un verbo attivo, innamorarsi è un verbo passivo quindi c’è proprio un passaggio tra le due cose. Mi posso innamorare anche di uno che vedo in metro, amare una persona è una cosa un po’ diversa quindi per la prima volta non c’era fregatura: io e questa persona, che poi è il mio fidanzato e lo sanno tutti chi è, ci siamo ritrovati a cercare su Google “Come capire quando c’è la fregatura”. La verità è che non c’era però io tendo ad allontanare le persone perché ho paura di perderle. Con lui, venendo da una relazione che non è andata bene – che può capitare – nella quale avevo investito tanto, mi sono chiesta se era il caso di allontanarlo per paura (perché non volevo stare ancora così male) o se volevo vivermela (perché non mi dava nessun segno del fatto che potesse andare male) dando fiducia ad un’altra persona. Giovani parla di questo.
È il mio primo pezzo d’amore felice però triste. Ad oggi sono arrivata a scrivere pezzi anche molto felici, molto speranzosi e che rappresentano un amore come quello che sto vivendo: una storia a cui auguro a tutti di arrivare, dopo diverse peripezie, perché sennò forse non l’apprezzi. Ad un occhio inesperto può sembrare quasi abitudine in qualche modo o magari “ora si sono trovati e vanno avanti”. In realtà non è così: ogni giorno scegli di stare con una persona perché poi è un attimo il fare stronzate e lasciarsi per niente quindi volevo rappresentare la scelta di dare fiducia a qualcuno.

Se dovessi riassumere la tua musica con una sola parola quale sceglieresti? E perché?

Incoscienza.

Perché è da incoscienti fare questo lavoro come lo faccio io: non ho mai fatto pezzi particolarmente pop (ci si avvicinano Io torno a casa e Che cosa resta). Inoltre in un mondo di musicisti influencer scelgo di fare pochissime sponsorizzazioni perché non voglio essere un’influencer. È un lavoro rispettabilissimo – perché secondo me si sono inventati qualcosa e l’han fatto diventare una professione e, per me, questo è quello che dovrebbe fare qualunque giovane nel 2019 – ma non è il mio. Potrei fare la figa su Instagram e non lo faccio, potrei giocarmela molto diversamente ma scelgo di farlo con la musica.

Però fai le storie dove cucini i pizzoccheri che sono molto più interessanti

Infatti se dovesse andarmi male con la musica, ti lascio con ‘sta perla, penso che aprirei un piccolo bistrot di pizzoccheri prêt-à-porter.

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