Intervista ad Alessandro Quarta: “Parliamo di musica e non di stili musicali”
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Intervista ad Alessandro Quarta: “Parliamo di musica e non di stili musicali”

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Cresciuto con i più grandi direttori d’orchestra, Alessandro Quarta non è solo un violinista ma è anche un polistrumentista e un compositore. Si è esibito in tutto il mondo con le sue più importanti tournee e ha collaborato con tanti nomi di spicco. Lo abbiamo visto recentemente sul palco dell’Ariston insieme ai ragazzi de Il Volo con il brano “Musica che resta”, ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao, come stai e come stanno andando i tuoi progetti del momento?

È un periodo splendido perché sta andando tutto molto bene e ne sono tanto contento. I progetti stanno avendo grande successo, sono molto richiesti: il fatto che siano voluti ovunque è meraviglioso, mi rende felice perché significa che piacciono molto.

Parlami di cosa vuol dire essere un violinista in questi nostri tempi

Il periodo migliore per essere violinista è stato negli anni ’70 e ’80 quando non c’erano internet, i media e i talent. Prima l’unico modo per ascoltare musica dal vivo era andare a teatro, adesso se lo fai sei considerato uno sfigato perché significa che non fai parte del mondo digitale perché se ci sono i live in Full HD su YouTube perché la gente dovrebbe uscire e spendere 40-50 euro?!

Quindi è un problema generazionale…

Certo. Inoltre in TV tempo fa c’erano lezioni di musica, c’erano i concerti: facevano a gara a chi faceva più cultura, ora fanno a gara a chi fa più talent. Una difficoltà è anche che la musica oggi non è un lavoro: essere musicisti è diventato solo un hobby. Il problema non sono i giovani ma le persone che ti consentono di essere quello che tu credi di essere anche se non è così, sono coloro che ti danno ragione a prescindere.

Perciò la colpa è anche dei nuovi media?

Non c’è cultura nelle scuole, all’università, in famiglia e nei media. Possibile che una radio non riesca a trasmettere tre brani al giorno tra quelli di musica classica più famosi in assoluto? Cosa gli costa?

Cosa faresti per ovviare a questo problema, quale sarebbe la soluzione?

Bisogna parlarne. Bisognerebbe tornare a frequentare i teatri e soprattutto capire, anche grazie alle soundtrack cinematografiche, che la musica classica non è una rottura di scatole.

Magari ti piace e non lo sai quindi è una questione di cultura

Esattamente. È questione di etichetta. Togliamo l’etichetta. Togliamo i vestiti. Parliamo di musica e non di stili musicali. Se si tolgono le etichette musicali si toglie anche il pregiudizio. In TV dovrebbero trasmettere un po’ più di concerti ma non di quella musica classica che è difficile anche per i musicisti stessi, di quella pop tipo la quinta di Beethoven. Inoltre bisognerebbe abbattere questo muro di gomma: sia gli artisti che il pubblico nei teatri non dovrebbero essere obbligati ad indossare vestiti da sera. Non è l’abito che ti fa suonar bene. E non è lo stesso abito che ti fa ascoltare bene. Perché la musica va ascoltata, non va vista.

Visto che hai tirato in ballo questo argomento: tu dai più importanza al look o alla sostanza?

Alla sostanza assolutamente, a me del look non frega niente. Io così come sto per strada, salgo sul palco e suono. Non mi interessa farmi vedere perché non faccio né il modello né il sarto. Io faccio il musicista e voglio soltanto far provare emozioni. La gente non mi deve giudicare per come vesto ma per quello che scrivo, deve chiudere gli occhi e ascoltare perché mi piace prenderla per mano e portarla nel mio mondo. Non sono un personaggio creato da un manager o da un’etichetta discografica, sono io. A me interessa soltanto la musica: interpretarla e scriverla a modo mio. Questo è quello che voglio fare.

Quindi potresti riassumere più o meno con questa frase il rapporto con il tuo pubblico?

Io sono entusiasta del mio pubblico perché mi ama alla follia: vede in me quello che probabilmente non hanno mai visto cioè un violinista che dà emozioni non classiche per quanto io faccia musica classica. Questo è un complimento stupendo perché significa che arriva un messaggio ben chiaro: creare emozioni; creare bellezza; creare momenti meravigliosi. A me piace godere e quando godi e questo godimento lo fai andare oltre naturalmente gode anche chi ti ascolta. E questa è la cosa più bella perché la musica è nata per far star bene. Poi ovviamente la mia esperienza mi ha portato a voler conoscere tutti i vari stili musicali e avendo anche collaborato con i più grandi del mondo. Questo mi ha aiutato a capire che la musica è una. Non si divide in musica classica, musica pop, musica leggera, musica noiosa. La musica è una. Sono emozioni. Evitiamo di mettere etichette che non fanno altro che creare razzismo a livello umano, a livello sociale e a livello culturale.

E cos’è che maggiormente ti ispira, di solito?

Io amo due cose in particolare: la sensualità e la sessualità perché io il violino lo uso come il corpo di una donna: va preso, va violentato dolcemente, con amore, con passione, con erotismo.

Quindi ti definiresti una persona passionale?

Per forza. Uso il violino come fosse una donna. Adoro sentirlo sul mio corpo quindi è naturale.

Quello che hai appena detto l’ho sentito anche in una tua recente intervista. E nominavi un tango a un certo punto…

Certo perché il mio ultimo progetto: non ho fatto altro che riportare il tango da dove è nato. Il tango è nato nei bassi fondi di Buenos Aires ma poi è stato pulito negli anni. Io non ho fatto altro che riportarlo per fare in modo che le persone sentendolo vedano delle scene a occhi chiusi, sentano la libertà. Un progetto erotico.

In particolare spiegavi che vedi nel tango qualcosa di proibito ma lecito se messo in musica quindi la mia domanda è: quali sono le cose “proibite” che ti piacciono e ti piace inserire nella tua musica?

Alla fine il proibito che cos’è? Non è altro che un tabù creato dalla società stessa perché noi comunque non siamo nati dalla costola di nessuno, siamo nati da un atto sessuale. È inutile fare i moralisti e dimenticarlo. Il tango, oltre che essere passione e nostalgia, non fa altro che riportarti in quel secondo in cui ognuno di noi è stato concepito.

Quindi potresti definire questo tuo modo di essere passionale come un punto di forza? E quali sono i tuoi punti deboli?

Io vedo tutta la musica in modo sensuale e sessuale. Ovviamente ci sono tante altre emozioni ma la musica è da sempre quella forza che fa baciare. Pochi sono i casi nel mondo in cui qualcuno ha ascoltato un brano e si è suicidato, molti sono i casi in cui le note hanno fatto innamorare. Tra i miei punti di forza ci sono sicuramente l’esperienza e soprattutto il coraggio di essere me stesso. Perché per me un artista deve essere se stesso nella sua semplicità, dovrebbe scrivere o interpretare la musica come vorrebbe lui e non come vorrebbe il suo pubblico.

Hai lavorato con grandissimi. C’è qualcuno in particolare che ti ha lasciato qualcosa di speciale?

Sicuramente DeeDee BridgeWater: è un’artista d’altri tempi che ha il coraggio di rimanere se stessa ed è una delle cantanti più importanti del panorama mondiale.

C’è qualcuno con cui vorresti collaborare in futuro?

Sì, mi piacerebbe lavorare con Sting.

Qual è la parte di un tuo concerto che preferisci?

Ci sono due cose importanti: portare al successo un programma; fare ciò che ti piace. Sono due cose completamente diverse. Creare un progetto significa farlo conoscere e per questo devi suonarlo sempre ma ciò non significa che ti piaccia quello particolarmente. A me piace cambiare sempre. Il fatto che io collabori con i più grandi artisti del mondo di qualsiasi genere ti fa capire quanto mi piaccia interpretare tutta la musica in qualsiasi modo, senza preferenze. E questa è una delle cose più particolari che mi piacciono di me.

E a proposito di tue cose che ti piacciono… Parlami del tuo brano Dorian Gray

Dorian Gray è stato commissionato l’anno scorso da Roberto Bolle: carta bianca per quanto riguarda la scrittura musicale per cercare di tradurre in musica un libro così famoso. L’ho scritto il giorno di Pasquetta e ho cercato di esprimere tutta la mia conoscenza per quanto riguarda la musica classica e cinematografica. Una delle cose che mi piace di più, infatti, è cercare di mettere le immagini nella musica anche quando non ci sono grafiche. Qui però si sta comunque parlando del ballerino più famoso al mondo che deve interpretare un libro ma al di là del balletto in sé, ogni volta che scrivo un brano cerco sempre di metterci dentro l’immagine che vedo quando lo scrivo e lo interpreto e questa immagine deve essere vista da chi ascolta il pezzo nello stesso modo in cui l’ho vista io.

A proposito di immagini in musica, un fenomeno che – tra le altre cose – contamina i sensi e quindi fa percepire la musica come colori è la sinestesia. Di che colore sarebbe la tua musica?

È una cosa che ci hanno insegnato i nostri avi: per esempio la tonalità Fa Maggiore è sempre stata vista col colore verde, tant’è vero che Beethoven con la sua Pastorale riesce a vedere veramente i campi verdi. Ogni tonalità ha un suo colore che può essere soggettivo ma la maggior parte delle volte ci sono delle tonalità che oggettivamente hanno un colore ben preciso. Non ci dimentichiamo che nella musica i colori sono le dinamiche. E nella pittura e nell’arte la profondità dei colori sono le dinamiche quindi questa cosa è sempre stata associata l’una all’altra ancor prima che un dottore riconoscesse una persona affetta da questa problematica. Se io avessi questa meravigliosa peculiarità – perché potrebbe essere visto come un problema ma non lo è – i colori della mia musica sarebbero il nero (adoro lo stile gotico) e i colori pastello cioè il contrasto assoluto; perché sono un estremista: per me esiste il bianco e il nero però però per passare dal bianco al nero ho bisogno di colori.

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