GFF, Junior Cally: Il mondo visto da una maschera, con Claudio Biazzetti
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GFF, Junior Cally: Il mondo visto da una maschera, con Claudio Biazzetti

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Oggi a Giffoni ci sono 33 gradi, un bel calduccio, viene spontaneo chiedere: “Ma come si sta con una maschera a luglio a Salerno?”. “Non si respira!”, è la risposta. La maschera e le sue metafore sono il filo conduttore di questo incontro tra i masterclassers Music&Radio e Junior Cally. “Ho scelto di metterla perché nel tempo dei selfie e dell’immagine volevo che le persone apprezzassero in primo luogo il lato artistico. Non c’entrano nulla i Daft Punk” spiega l’artista. Quindi ha ragione Wilde quando dice: “Dateci una maschera e vi diremo la verità”, commenta Claudio Biazzetti di Rolling Stone, incuriosito dal fatto che comunque la maschera sembra anche un grande limite.

In effetti Junior Cally di notte non vede quasi nulla, è caduto un paio di volte dal palco, raccattato dal tour manager. Non può ricambiare i sorrisi dei fan, non li può abbracciare per timore che qualcuno gli tolga la maschera, non li può salutare per strada. All’inizio gli hanno scritto che si nascondeva dietro la maschera perché era bruciato, o brutto, o gay, oppure perché non aveva un occhio. Ma gli haters sono il termometro del successo. Però la maschera gli ha dato anche una libertà di scrittura che difficilmente avrebbe avuto diversamente: racconta d’essere cresciuto in un paese dove il pregiudizio è sempre stato la sua prigione, la negazione della possibilità di espressione, perché ci sarebbe stato sempre qualcuno a giudicare il suo giardino. I suoi primi tre singoli, Alcamo, Alcatraz e Guantanamo, tre strutture carcerarie tra le più note al mondo, parlano proprio di questo, ma anche dei problemi giudiziari avuti: “Sono stato in prigione, ho fatto le mie cazzate di cui non vado esattamente fiero…anche queste sono le mie prigioni”.

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