Miele, cantautrice indisciplinata che trae coraggio dalle sue paure
Comments Off

Miele, cantautrice indisciplinata che trae coraggio dalle sue paure

interviste

Mi piace l’idea di sconvolgere i piani delle persone. In questo modo Miele, nome d’arte della cantautrice nissena Manuela Paruzzo, descrive il valore che ha per lei la musica di strada. L’abbiamo intervistata a diversi anni dalla sua partecipazione a Sanremo Giovani con il brano Mentre Ti Parlo e dall’uscita del suo disco d’esordio Occhi.

Abbiamo parlato della sua musica “indisciplinata”, dei suoi modelli di riferimento, dei suoi progetti futuri e della dimensione del live da lei tanto amata.

 

Partiamo con la prima domanda: chi è Miele? E come mai questo nome? Raccontati a chi ancora non ti conosce!
È stata una scelta molto istintiva: era una parola che a me piaceva tantissimo e per quanto molti, quando mi incontrano e non mi conoscono, dicono magari “sei dolce come il miele” non era assolutamente quello il senso; l’ho scelto perché il miele è un elemento naturale che possiede i colori della mia terra e allo stesso tempo è un alimento molto denso, pur essendo molto dolce non piace a tutti e a me piaceva proprio l’idea della forza di questo alimento che, come anche la mia musica, può non piacere a tutti.

Nel 2016 hai partecipato a Sanremo (nella sezione Nuove Proposte ndr) con il brano Mentre ti parlo, cosa puoi raccontarci di quell’esperienza? Che cosa ti ha lasciato?
Quell’esperienza è stata molto importante: la definirei un tuffo di pancia e anche un atto di coraggio forse dovuto anche all’età – ero più giovane – e allo stesso tempo è un’arma a doppio taglio perché da un lato ero più sprovveduta, spensierata e coraggiosa e dall’altro lato col senno di poi si diventa anche più attenti prima di agire. Per me è stata un’esperienza importantissima perché ho potuto portare al grande pubblico quello che faccio con la musica. Sono contenta perché i primi lavori erano estremamente sinceri: le prime canzoni sono – come ti dicevo poco fa – un po’ sprovvedute. Per me è stato molto importante perché da quell’esperienza ne sono arrivate tantissime altre e in quell’anno ho fatto delle cose che – non partecipando al festival di Sanremo – non avrei potuto fare. Mi porto assolutamente come esperienza più grande la possibilità di aver cantato quel brano accompagnata da quell’orchestra, una cosa molto bella.

Come mai la scelta di intitolare il disco Occhi?
L’ho anche scritto nel booklet, per chi ovviamente magari può aver acquistato il disco in formato fisico: io ho un rapporto molto particolare con i miei occhi, ne parlo anche in qualche canzone, perché ho sempre avuto il difetto di non essere molto coraggiosa a guardare le persone o comunque a guardare. Il mio sguardo è molto sfuggente quindi gli ho fatto un tributo, ho voluto dedicarlo anche ai miei occhi perché questa volta hanno avuto più coraggio che paura perciò è anche un modo di comunicare a noi stessi, ma anche agli altri, il fatto che dobbiamo essere fieri dei nostri difetti o comunque dei nostri “svantaggi” e usarli ed esserne fieri e tenerli sempre in mostra in un certo senso.

Qual è la canzone del tuo album alla quale sei più legata? E quale quella più difficile da scrivere? Perché?
È difficile scegliere perché le canzoni sono come dei figli e faccio una premessa: non sono tutte canzoni mie, ci sono canzoni che sono state scritte da autori totalmente diversi che sono Gina Fabiani (che ha scritto Questa Strada) ed Eugenio Sournia (che ha scritto Gli occhi per vedere), poi all’interno del disco c’è anche una cover. Se dovessi parlare di quelle mie direi M’ama non m’ama. La preferisco perché è più particolare: ci sono anche dei cambi di tempo quindi è una canzone strana, come se avesse tante personalità. Più che difficile da scrivere, nel senso che poi è stata scritta tutta d’un fiato, è stato un periodo di sofferenza in cui era difficile proprio elaborare quel pensiero e quindi è quella che ricordo maggiormente.

Sangue del mio sangue questa strada mi ha portato troppo lontano da casa. Citando la tua canzone possiamo parlare della scelta molto coraggiosa che hai intrapreso: ti sei trasferita dalla Sicilia a Milano per poter realizzare il tuo sogno. Quanto è importante per te avere il coraggio di inseguire i propri sogni? E quanto è difficile vivere di musica al giorno d’oggi?
Ho avuto la fortuna anche di essere in parte, anzi molto, sostenuta dalla mia famiglia nonostante le preoccupazioni che possono avere i genitori… Per questo dicevo in parte, perché in generale il campo artistico è molto particolare: ciononostante bisogna tentare. Però non vorrei che il mio discorso venga visto come campato in aria, come parole al vento, perché tentare non significa “ok voglio fare la cantante, voglio fare la ballerina, voglio fare la modella, faccio un provino”, ma costruirsi un percorso e studiare, capire chi si è, in merito e in rapporto e alla strada che vuoi intraprendere farsi tante domande, capire dove si vuole andare, cosa bisogna fare per arrivarci. In assoluto se uno vuole raggiungere qualsiasi traguardo o comunque se uno vuole intraprendere una strada deve pensare prima di tutto al sacrificio, è un allenamento continuo dove – soprattutto in determinate situazioni – non si finisce mai di studiare e di aggiornarsi. Detto questo secondo me è una roulette russa: la musica è molto complicata, la cosa importante da fare è non stare tanto lì a pensare. Ovviamente bisogna valutare tutto, ma non stare fermi e incollati al pensiero e invece cercare sempre di fare il proprio dovere, di essere produttivi e di porsi degli obiettivi strada facendo: agire e non stare soltanto a pensare.

Il tuo disco più recente risale ormai a tre anni fa, quanto è diversa la Manuela di adesso da quella che ha scritto quelle canzoni?
Abbastanza, anche perché quel disco nel momento in cui è uscito era già lontano, ma penso succeda sempre così perché la fase di scrittura avviene circa un anno prima e succedono tantissime cose nel mentre. Da un lato anche nelle nuove cose c’è quella paura che ti dicevo all’inizio, la paura di non essere più tanto tipo da tuffo di pancia e anche la paura di voler fare le cose per bene. Secondo me bisogna anche stare attenti e trovare veramente un compromesso perché comunque la cosa deve essere istintiva e sincera. Molto è cambiato perché tanto è successo e la musica anche di un qualunque artista è in continuo movimento e sviluppo, ogni cosa che si scopre o che si conosce, il tuo modo di essere o la tua personalità vanno ad intralciare quello che scrivi. Ancora penso che mi stupirò in primis io, però penso che le cose che stanno venendo fuori siano molto diverse o comunque diverse da quelle passate.

Quali sono i tuoi modelli musicali di riferimento? C’è qualcuno che ti ispira particolarmente nella stesura delle tue canzoni?
In questi ultimi anni ho ascoltato tanta musica: ho il vizio di essere legata ai grandi del passato e ho cercato di andare avanti, di non precludermi niente, di conoscere nuova musica e comunque di guardare al futuro perché è giusto così. Ti cito però i miei grandi che non andranno mai via che possono essere Johnny Cash, Lucio Dalla in assoluto e una grande donna invece è Carmen Consoli. Ce ne sono troppi, c’è troppa musica.

Ricordo che avevi raccontato di avere fatto esperienza come artista di strada, ti capita ancora di fare concerti così? E come vivi la dimensione del live in generale?
Ho fatto qualche esperienza in strada ed è stato bellissimo, mi piacerebbe rifarlo, non l’ho ancora rifatto. Non c’è uno scopo in quel momento se non quello di andare lì e cantare. Anche chi si ferma non passa da lì con l’obbiettivo di vederti, è quasi una specie di appuntamento al buio e la cosa che unisce il musicista al pubblico è la musica. Devi perciò conquistare con la tua musica la gente che passa e questo credo sia l’aspetto più prezioso della situazione: vedere tanta gente che si ferma senza motivo, senza sapere chi sei, è proprio una cosa stupenda. Soprattutto è bella perché se magari tu ti esibisci in una piazza in un concerto pubblico, sai che la gente ci va perché c’è movimento; se invece la gente sta facendo tutt’altro, magari sta facendo un giro in centro in duomo perché deve fare degli acquisti e si ferma lì, è una cosa molto più piacevole perché stai sconvolgendo i piani di quella persona che si concede per un attimo la possibilità di ascoltare qualcosa che non aveva mai sentito. Il live invece penso che sia la parte più bella della musica poi non lo so ovviamente è un’idea molto personale (c’è chi ama scrivere, chi registrare in studio). Io in assoluto amo esibirmi: è il risultato di tutta la fatica (che può essere fatica durante le prove, durante la scrittura), è portare dal vivo, buona la prima, senza artifici, quello che tu hai fatto; è come l’atleta che si prepara per anni per fare le gare di nuoto e poi vince la medaglia d’oro. Quello è il momento più bello: in quei pochi minuti, in quell’ora nel caso di un concerto, vedi tutto il lavoro che c’è dietro e attraverso l’energia e la felicità che hai racconti ciò che è accaduto

Quali sono i tuoi progetti futuri? Quando potremo sentire delle nuove canzoni?
Ho praticamente finito con la scrittura. Questa estate cercherò di capire cosa fare: voglio fare un secondo disco e capire che vestiti mettere alle mie canzoni, con chi collaborare, è la seconda fase e si avvicina il momento. Non ho una data da indicare ma quello è il prossimo passo.

Se dovessi descrivere la tua musica con una sola parola, quale sceglieresti?
Indisciplinata.
Penso che mi rappresenti: sono una persona particolare. Non so stare ferma ma è una cosa che mi appartiene da quando ero piccola, quando andavo a scuola non riuscivo a stare ferma sul banco. La musica mi serve perché, nonostante sia cresciuta, non riesco a stare molto al mio posto. Mi piace avere a che fare con la musica indisciplinata che non segua del tutto le regole.

AstronaveMusica - Copyright © 2016

Search

AstronaveMusica - Copyright © 2016 All Rights Reserved

Back to Top